La versione video integrale (riprese e montaggio di Giacomo Petralia) dell'intervista a Sergio Parisi pubblicata nell'edizione cartacea di SUD PRESS di gennaio e tutt'ora in distribuzione.
Non è un incontro casuale, il luogo è scelto con precisione. A quasi un mese e mezzo dalle dimissioni da assessore allo Sport del Comune di Catania, Sergio Parisi torna a parlare partendo da uno dei simboli più forti del suo lungo percorso amministrativo, lo Stadio Angelo Massimino. Un luogo che racconta più di mille parole il senso di sette anni e mezzo di lavoro continuo sugli impianti sportivi cittadini, tra cantieri complessi, scelte strategiche e una visione che ha inciso in maniera profonda sul volto dello sport catanese. L’obiettivo non è entrare nel terreno della politica, perché il focus è lo sport.
Siamo allo Stadio Angelo Massimino, un luogo simbolico. Perché partire proprio da qui, a quasi un mese e mezzo dalle sue dimissioni da assessore allo Sport?
«Questo stadio è uno dei simboli più forti del lavoro fatto in questi anni. Non è una scelta casuale. Qui si è concentrato uno degli interventi più complessi e più importanti del mio assessorato. Era giusto ripartire da qui per raccontare cosa hanno significato sette anni e mezzo di lavoro sugli impianti sportivi della città».
Proviamo allora a tracciare un bilancio. Cosa rappresentano questi sette anni e mezzo per lo sport catanese?
«Rappresentano una visione. Catania aveva, e ha, un patrimonio enorme di impianti sportivi, costruiti tra gli anni Cinquanta e Sessanta con grande lungimiranza, ma poi lasciati invecchiare senza una vera programmazione. Ci siamo ritrovati con strutture logore, spesso al limite della praticabilità. Da lì è partito tutto».
Lei richiama spesso alle esperienze precedenti da assessore, quella del 2013 e quella nella giunta Pogliese. Quanto sono state determinanti?
«Moltissimo. Quell’esperienza mi ha consentito, con la giunta Pogliese, di tornare “in campo” sapendo esattamente cosa andava fatto. Avevamo chiaro il quadro, sapevamo quali impianti avevano bisogno di interventi urgenti e, soprattutto, avevamo un’opportunità unica, i fondi comunitari».
Ed è lì che nasce il grande piano sugli impianti sportivi.
«Esatto. Nessuna città in Italia ha utilizzato i fondi europei per lo sport come ha fatto Catania. Con un piano preciso siamo partiti dagli impianti principali, PalaCatania, Campo Scuola, campi da calcio come Nesima, Duca d’Aosta, Velletri, fino ad arrivare alle strutture nei vari quartieri».
Lo Stadio Massimino resta però l’intervento più discusso.
«Si ma è anche quello più simbolico. Siamo riusciti a consegnarlo sei mesi prima rispetto al cronoprogramma. Un risultato straordinario. Ricordo perfettamente l’1 settembre 2023, Catania-Crotone. Perdemmo 1-0, ma se non avessimo riconsegnato lo stadio in tempo avremmo giocato l’intero girone d’andata fuori casa, proprio a Crotone».
Un lavoro, ricordiamo, fatto anche in condizioni difficili.
«Durissime. La posa del manto avvenne con 47 gradi. Un’estate rovente. Ma grazie a un lavoro di squadra incredibile, tra imprese, tecnici e uffici comunali, siamo riusciti nell’impresa. Io mi sono assunto una responsabilità enorme. Se qualcosa fosse andato storto, ne avrei risposto personalmente».
C’è chi sostiene che si sia puntato troppo sul Massimino, trascurando altri impianti, come per esempio quello del rugby.
«È una critica che non condivido. Fatico a trovare un impianto sportivo che non sia stato attenzionato. I campi da rugby, per esempio, hanno avuto tre progetti distinti e investimenti importanti. Oggi sono strutture moderne, con tribune, campo, impianti elettrici e recinzioni rinnovate».
Quindi nessuna struttura è stata lasciata indietro?
«Assolutamente no. Abbiamo lavorato su tutto. Dal Palaspedini, finanziato con il bando Sport e Periferie, al PalaNesima, passando per il Campo Scuola di Picanello, oggi frequentatissimo e con tariffe riviste. Senza dimenticare Velletri, Nesima, Duca d’Aosta e gli interventi che partiranno prossimamente su altri campi. Ma non solo: abbiamo investito anche nello sport di base con quindici piazze riqualificate, da Picanello a Piazza Europa, da Piazza Nettuno a San Giovanni Galermo».
Ne ha citati tanti, ma concorderà che un discorso a parte merita il Palanesima?
«Sì. È una storia che inseguo dal 2013. Oggi, con circa 14 milioni di euro di fondi europei, i lavori sono avviati e procedono bene. Quello sarà un punto di riferimento non solo per il quartiere, ma per l’intera città. E forse per tutta la Sicilia. Una vera operazione di rigenerazione urbana».
Tanti cantieri che in termini economici equivalgono a?
«Oltre 70 milioni di euro di fondi comunitari destinati allo sport. Una cifra enorme, probabilmente senza precedenti anche a livello nazionale. Questo dimostra l’attenzione reale, non a parole, verso gli impianti e le politiche sportive».
C’è qualcosa che aveva in programma e che non è riuscito a fare?
«No. Non ho rimpianti. Avevamo una visione chiara e gli strumenti per realizzarla. Abbiamo creato una direzione dedicata alle politiche comunitarie con dentro lo sport, per avere una strategia a 360 gradi. La strada è tracciata e chi verrà dopo potrà seguirla».
Ma al momento la delega allo sport è rimasta nelle mani del sindaco.
«Non entro nel merito politico. Posso dire che il lavoro è strutturato, ci sono dirigenti, c’è una macchina organizzativa che può funzionare anche con il sindaco che mantiene la delega. L’importante è non perdere la visione».
Il suo futuro è solo da dirigente sportivo?
«Lo sport a Catania è un mondo straordinario. Scudetti, società, dirigenti di livello nazionale. È un modello di organizzazione, appartenenza e rispetto delle regole da cui, forse, anche la politica dovrebbe imparare qualcosa».
Ultima battuta. È l’anno giusto per il Catania?
«Per scaramanzia non lo dico. Ma i catanesi lo pensano. Io sono stato parte del percorso che ha portato all’era Pelligra, in un momento drammatico come il 2022. Tutto fu fatto in tempi rapidissimi. Oggi la società è più strutturata. Serve tempo. Ma le basi ci sono».











