La versione video integrale (riprese e montaggio di Marco Ferrara) dell'intervista a Maurizio Pellegrino pubblicata nell'edizione cartacea di SUD PRESS di ottobre tutt'ora in distribuzione.
“Il Catania della Sigi? Qualcuno poteva salvarlo, ma ci ha pensato troppo tardi”
Per parlare di calcio e delle sue mille sfumature, non si può che scegliere chi, nel mondo del pallone, ha vissuto tutta la sua vita e vuole continuare a farlo. Quando si nomina Maurizio Pellegrino non si può non pensare ai colori rossazzurri del Catania, perché lui, in diverse fasi, al Catania ha fatto praticamente tutto: il giocatore, il responsabile delle giovanili, l’allenatore, il direttore sportivo e anche di più. Un amore viscerale che, forse, non è stato ripagato dalle soddisfazioni che, a parte la promozione in Serie B nell’era Gaucci, non sono state molte.
L’esperienza con il Catania targato Sigi, poi la Reggina, ma adesso Maurizio Pellegrino che fa?
«Continuo a girare, a osservare, a studiare. Il calcio mi incuriosisce sempre di più. Nonostante i tanti anni in questo mondo sento ancora la voglia di conoscere e di mettermi in discussione. È chiaro che non è semplice trovare sempre la giusta collocazione, ma bisogna accettarlo e andare avanti con la speranza di nuove avventure».
Nel calcio spesso si dice che manchi riconoscenza. È d’accordo?
«Un po’ di professionalità si è persa. Oggi i rapporti personali e le amicizie contano più delle competenze. È un peccato, perché così si lasciano fuori figure ed esperienze che sarebbero preziose per le società».
Lei ha legato gran parte della sua carriera al Catania. Che idea si è fatto del momento che sta vivendo la società di Pelligra?
«C’è chi parla di “troppo ambiente”».
In realtà ce l’ha davanti.
«Si, ma dobbiamo scindere due cose. Perché se per ambiente parliamo dei tifosi, in realtà il pubblico è una risorsa enorme: tantissimi abbonati, passione e trasporto continuo. se intendiamo questo per troppo ambiente c'è solo da esaltarsi».
In realtà lo abbiamo sempre inteso in senso negativo.
«E quindi il problema è un altro. Nonostante investimenti e nomi importanti, si fa fatica a centrare gli obiettivi. Evidentemente qualcosa all’interno va rivisto. È vero, i campionati si vincono anche dietro la scrivania, ma si vincono anche lavorando 24 ore su 24. Servono organizzazione, lavoro continuo, competenze e soprattutto la capacità di imparare dagli errori».
Si parla tanto di gestione dei calciatori, lei come faceva?
«Io, in questo senso, ero un po’ estremista e perdevo molto tempo per far capire ai calciatori in che piazza erano arrivati. C’era molta pressione ma meno risorse. Avevamo senso di appartenenza, spirito di iniziativa e tanta responsabilità. Ricordo che avevamo persino una regola: chi baciava la maglia dopo un gol veniva multato, per sottolineare che non bastavano i gesti esteriori, ma serviva impegno reale. Quel gruppo, quello dell’ultima esperienza con la Sigi, ha affrontato enormi difficoltà, dal Covid all’impossibilità di giocare al Massimino, fino ai problemi economici. Eppure ha lasciato un segno profondo nella memoria degli sportivi catanesi, perché quello era un gruppo proiettato verso il fare. Credo che sia stato un momento di crescita collettiva, perché con tutta Catania, con tutti i tifosi in quel momento ci siamo ritrovati in un'unica cosa e questo, nonostante la fine drammatica, è stato bello».
Quali prospettive vede per il Catania attuale?
«La squadra è forte e attrezzata per puntare in alto. Bisogna però evitare di ripetere gli errori del passato e trovare le chiavi giuste. La Serie C resta un campionato difficile e insidioso, ma di solito vince la squadra più organizzata, quella con la mentalità operaia. La qualità è importante, ma senza spirito di sacrificio non si va lontano».
Non posso non chiederle un parere sulla novità di quest’anno in Serie C, la FVS?
«È un tentativo per dare maggiore chiarezza alle decisioni arbitrali. Le squadre hanno la possibilità di chiedere la revisione, anche se finora le decisioni non sono quasi mai state cambiate. Aspettiamo di capirne l’utilità reale, ma era giusto iniziare da qualche parte».
Ultima domanda sul passato. Ha più rimpianti per la retrocessione in B da allenatore, per l’esonero tra i cadetti o per l’esperienza da dirigente con Sigi?
«Non ho rimpianti, ho grande grande dispiacere perché era come aver costruito dei castelli, aver raggiunto imprese straordinarie ed è mancato sempre un millimetro. L'anno della Serie A, ed io sono l'ultimo allenatore del Catania in Serie A, perdere quella categoria è stato tremendo perché era davvero impossibile retrocedere con quella squadra. Poi il giorno del fallimento in Serie C, quando ero direttore sportivo con la Sigi, è stato drammatico: eravamo vicini a un’impresa e qualcuno doveva venire a salvarci, ma forse ci ha pensato con qualche giorno di ritardo e questo fa ancora più male».











