
Il calcio italiano cambia pelle e non soltanto sul campo.
Alla vigilia della stagione 2026/27, quasi la metà delle società di Serie A e Serie B è controllata da investitori stranieri.
Sono 19 club su 40, tredici nel massimo campionato e sei in quello cadetto, con ben otto casi su dieci in cui i capitali arrivano dagli Stati Uniti.
È la fotografia tracciata da un’analisi pubblicata dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”, che racconta una trasformazione ormai strutturale.
Il tradizionale modello del presidente locale, imprenditore e spesso anche primo tifoso, sta lasciando spazio a fondi, family office e grandi gruppi internazionali.
Una rivoluzione silenziosa, ma profonda.
Da Milano alle realtà di provincia
L’espansione straniera non riguarda soltanto le piazze più prestigiose.
Il Milan è controllato da RedBird Capital Partners, mentre l’Inter è passata nelle mani di Oaktree. La Roma appartiene alla famiglia Friedkin, la Fiorentina alla famiglia Commisso e l’Atalanta alla cordata guidata da Stephen Pagliuca.
Anche Parma, Bologna, Como, Genoa, Pisa, Monza, Venezia e Frosinone fanno riferimento, interamente o in parte, a proprietà non italiane.
Il fenomeno è arrivato pure in Serie B, un campionato che fino a pochi anni fa sembrava ancora legato agli imprenditori del territorio.
Palermo, Cesena, Sampdoria e alcune altre società della cadetteria sono ormai inserite dentro gruppi finanziari o sportivi internazionali.
L’ultimo caso potrebbe essere quello dell’Empoli, che ha avviato una trattativa esclusiva con un fondo americano per la vendita di una quota significativa del capitale sociale.
Se l’operazione dovesse concludersi, terminerebbe dopo 35 anni l’era della famiglia Corsi, una delle espressioni più longeve del vecchio modello calcistico italiano.
La pandemia ha accelerato il processo
La crisi provocata dalla pandemia ha rappresentato uno spartiacque.
Le società italiane, già appesantite da debiti, costi elevati e ricavi inferiori rispetto ai principali concorrenti europei, sono diventate più vulnerabili e, di conseguenza, più convenienti.
Per gli investitori statunitensi il calcio europeo presenta ancora un rapporto interessante tra prezzo d’acquisto e possibilità di crescita.
Una franchigia della Nba o della Nfl può valere diversi miliardi di dollari, mentre le società calcistiche possono essere rilevate a cifre decisamente inferiori.
I margini di sviluppo vengono individuati soprattutto negli stadi, nel marketing, nei diritti televisivi internazionali, nell’utilizzo dei dati, nella valorizzazione dei calciatori e nel cosiddetto player trading.
Il ritardo del sistema italiano diventa così, paradossalmente, uno dei motivi della sua attrattività.
Chi compra vede problemi, ma anche spazi ancora inesplorati.
In Europa i club americani sono quasi triplicati
La crescita non riguarda soltanto l’Italia.
Nel 2020 le società europee controllate da investitori americani erano 44.
Nel 2021 erano già diventate 58, per poi salire a 73 nel 2022 e a 92 nel 2023.
Dopo un rallentamento registrato nel 2024, il numero è tornato a crescere rapidamente: 113 club nel 2025 e 119 nel 2026.
Più della metà delle società europee con proprietà extraeuropea fa quindi riferimento a capitali statunitensi.
L’Italia, alle spalle della Premier League, rappresenta uno dei principali mercati di questa espansione.
I club conservano marchi riconoscibili, città conosciute in tutto il mondo e tifoserie numerose, ma presentano valutazioni ancora relativamente contenute.
Un affare potenziale, almeno sulla carta.
Investimenti, risultati e radicamento
L’arrivo di capitali internazionali non deve essere considerato necessariamente un problema.
Le nuove proprietà possono portare risorse, competenze, organizzazione, infrastrutture e una visione più moderna del prodotto calcio.
Il Como, passato dalla Serie D alla Champions League grazie agli investimenti della famiglia indonesiana Hartono, rappresenta il caso più evidente di crescita sportiva sostenuta da una proprietà straniera.
Non tutte le esperienze, però, producono gli stessi risultati.
Il rischio emerge quando il club viene trattato soltanto come un’attività finanziaria da rivalutare e rivendere.
Il private equity punta normalmente ad acquistare un bene, aumentarne il valore e ottenere un rendimento.
Una logica legittima, ma non sempre compatibile con la storia e con la funzione sociale di una squadra di calcio.
I numeri economici invitano inoltre alla prudenza.
Nel 2025 i club professionistici europei hanno superato complessivamente il miliardo di euro di perdite, nonostante ricavi record vicini ai 30 miliardi.
Tra le cinque società con il passivo più elevato, quattro erano controllate da proprietà americane.
Avere un investitore ricco, quindi, non significa automaticamente avere una società sostenibile.
Una riflessione che riguarda anche Catania
Il tema interessa da vicino anche il calcio siciliano.
Il Palermo è entrato nel 2022 nel City Football Group, una delle più importanti galassie calcistiche internazionali.
Il Catania, pur militando in Serie C e quindi fuori dal perimetro dell’analisi dedicata ai primi due campionati, appartiene dal 2022 al gruppo australiano guidato da Ross Pelligra.
Due modelli diversi. Due esperienze da valutare attraverso investimenti, risultati, organizzazione e capacità di costruire un rapporto stabile con il territorio.
Nel calcio moderno la nazionalità della proprietà conta meno della solidità del progetto.
Contano la trasparenza, le competenze, la continuità finanziaria e la presenza concreta nelle città rappresentate.
Il capitale può arrivare da New York, Abu Dhabi, Singapore, Giacarta o Melbourne. Il club, però, resta patrimonio della propria gente.
Ed è proprio questo l’equilibrio più difficile da proteggere: aprirsi agli investimenti globali senza perdere identità, memoria e radici.










