
Nel pieno dell’entusiasmo per le medaglie di Milano Cortina 2026, Orazio Arancio, presidente regionale della Federazione Rugby, invita a guardare oltre il podio. In questa intervista affronta una domanda scomoda ma necessaria: l’Italia che vince è davvero un paese sportivo? Tra successi olimpici e carenze strutturali, emerge una riflessione che intreccia merito, diritti e uguaglianza sociale.
Le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 hanno regalati all’Italia un’immagine straordinaria. Da sportivo in attività prima e da dirigente sportivo adesso, che sensazione le trasmettono questi successi?
“Le Olimpiadi hanno consegnato al Paese l’immagine che gli italiani amano di più, quella di un’Italia capace di eccellere e competere con le grandi potenze sportive. Un’Italia che trasforma talento e sacrificio in medaglie. È giusto riconoscere i meriti degli atleti, ma anche di chi ha creduto nel progetto e ha contribuito a rendere questa Olimpiade straordinaria”.
Però, perché immagino ci sia un però, occupare stabilmente i primi posti nel medagliere fa dell’Italia una nazione sportiva?
“No. Una nazione per essere definita sportiva deve garantire la pratica sportiva a tutte le classi sociali, a prescindere dal talento. E l’Italia, purtroppo, è lontanissima da questa condizione”.
Perché parla di distanza così marcata tra risultati e realtà?
“È un paradosso. Vincono gli atleti di un Paese che ha uno dei più alti tassi di sedentarietà tra quelli OCSE e un indice di accessibilità alla pratica sportiva tra i più bassi al mondo. Lo sport è un diritto garantito dalla Costituzione, ma nella quotidianità questo diritto non è realmente accessibile a tutti”.
Dunque, in base a quello che dice esiste un’altra Italia oltre quella che abbiamo visto trionfante sui podi?
“Assolutamente sì. Basta allontanarsi dalle piste perfette e dalle arene olimpiche per incontrare una realtà molto meno luminosa. L’Italia è bravissima a intercettare e coltivare i campioni, ma fatica a costruire una cultura sportiva diffusa”.
Qual è, secondo lei, il problema principale?
“Le infrastrutture. Basta entrare in molte scuole italiane per rendersene conto. Palestre piccole, umide, con pavimenti consumati e attrezzature minime, spesso inagibili. Secondo i dati ISTAT, quasi il 60 per cento degli edifici scolastici non dispone di una palestra, con punte oltre il 75 per cento in alcune regioni del Mezzogiorno. Nel PNRR sono stati stanziati circa trecento milioni per l’impiantistica sportiva scolastica, contro sei miliardi per le Olimpiadi”.
Una situazione certamente allarmante che porta a quali conseguenze sociali?
“Le conseguenze sono che moltissimi giovani abbandonano precocemente l’attività fisica o non la iniziano affatto. Si crea un sistema sbilanciato. Alla pratica sportiva accedono soprattutto le famiglie che possono sostenere costi e spostamenti. Chi cresce in territori poveri di strutture resta ai margini, non per mancanza di capacità ma per mancanza di opportunità.
In questo contesto che eredità dovrebbe lasciare Milano-Cortina 2026?
“Non può essere solo uno straordinario medagliere. Deve spingerci a colmare queste mancanze. Dobbiamo imparare non solo a vincere, ma a garantire a tutti il diritto allo sport”.
Che appello lancia ai vertici dello sport italiano?
“Mi auguro che facciano a gara non soltanto per prendersi i meriti delle vittorie, ma anche per realizzare imprese di valenza sociale e di uguaglianza. Sarebbe questo il vero successo. Rendere l’Italia non solo un Paese vincente, ma un Paese giusto. Ma prima di chiudere mi conceda un’ultima riflessione”.
Le è concessa.
“Questo exploit appartiene ai nostri atleti. Ma in parte anche ai loro tecnici, spesso nemmeno menzionati. In alcuni casi meriterebbero di salire sul podio per la dedizione e la simbiosi costruita con gli atleti. Anche questo è sport. Anche questo è valore”.










