La versione video integrale (riprese e montaggio di Giacomo Petralia) dell'intervista a Orazio Arancio pubblicata nell'edizione cartacea di SUD PRESS di dicembre tutt'ora in distribuzione.
Il cancello è chiuso. Dietro, il prato del “Benito Paolone” e una tribuna che ha visto mezzo secolo di rugby catanese.
È da qui che Orazio Arancio, presidente della Federugby Sicilia, sceglie di partire. Dal simbolo. Da uno stadio che porta il nome di chi il rugby lo ha costruito mattone dopo mattone, ma che oggi è fermo da otto anni tra lavori a rilento, promesse, proroghe.
«Il rugby del Sud Italia sta soffrendo» dice Arancio con una calma che non cancella l’amarezza. «Le due capitali storiche del rugby del Sud sono Napoli e Catania, e tutte e due hanno toccato i minimi storici. Il Covid ha inciso, certo, ma ormai è stato ampiamente superato. Altre federazioni sono tornate ai numeri di prima, il rugby, soprattutto al Sud, no».
Per il presidente c’è una ragione principale. Non una scusa, ma un dato. «Manca l’impiantistica, non abbiamo luoghi sicuri dove giocare e allenarci. Uno degli esempi lo abbiamo alle spalle. Questo campo è aperto quando dovrebbe essere chiuso e chiuso quando dovrebbe essere aperto. È un paradosso che dura da anni».
IL CROLLO DEL RUGBY CATANESE. La Catania rugbistica ha rappresentato tanto. È stata l’Amatori, è stata l’esperienza del San Gregorio. Oggi il quadro è molto diverso. «Adesso c’è pochissimo» ammette Arancio. «Stiamo cambiando strategia, ed era ora. Con la nuova governance federale stiamo ripartendo da zero, ci stiamo rimboccando le maniche. Puntiamo tutte le nostre risorse economiche e umane sul mini rugby, under 8, under 10, under 12. Dobbiamo creare una spinta dal basso che, domani, alimenti di nuovo le squadre seniores».
Qualche isola felice resiste. «Nel campionato di Serie B si stanno distinguendo il Cus Catania e il Ragusa Rugby. Il Cus, storicamente, rimane sempre in auge. Ma perché ha una struttura, perché ha un impianto». Quando si chiede una percentuale sul peso della questione impianti nella crisi del rugby catanese, la risposta è secca.
«Ottanta per cento. Il rugby catanese è nato col Cus settant’anni fa, ma si è davvero evoluto con questo impianto. Benito Paolone, appassionato di rugby, ha avuto l’intuizione giusta. Ha costruito una casa e da lì una squadra super competitiva, capace di sfiorare più volte lo scudetto, di stare stabilmente nelle massime categorie e di formare tanti campioni, ma soprattutto persone migliori».
Oggi quella “casa” non c’è più. Non solo qui. «In questo quartiere gli impianti sono pochissimi» racconta Arancio. «A cinquecento metri c’è il campo di Librino, nato dall’iniziativa di alcuni ragazzi che hanno deciso di occupare uno spazio abbandonato, destinato alle Universiadi del 1997 e consegnato, di fatto, undici anni fa. I Briganti non fanno solo rugby, fanno tantissime altre attività e potrebbero farne altre ancora se solo avessero opportunità e strutture adeguate».
Poi c’era il primo campo da rugby della zona, il Fontanarossa. Quello che oggi è solo un parcheggio. «Nel silenzio assoluto di tutti è diventato un parcheggio. Nessuno ha sentito il bisogno di dire: togliamo un impianto sportivo in un quartiere che non ha nulla, ma ve ne costruiamo un altro da qualche parte. Nemmeno chi, da amministratore, è anche dirigente sportivo e sa cosa significa cercare una casa per la propria squadra».
IL CANTIERE INFINITO DEL PAOLONE. Sul “Benito Paolone” Arancio è durissimo.
«Dovevano finire i lavori sei anni fa. In quale città del mondo ci vogliono otto anni per spendere un milione e settecento mila euro? E parliamo di una città che, quando vuole, riesce a spendere cinque milioni in tre mesi. È successo con lo Stadio Cibali e, da uomo di sport sono il primo a esserne felice, perché Catania ha bisogno di un impianto all’altezza degli investimenti sul calcio. Ma sono stati usati due pesi e due misure».
Il ragionamento è chiaro. «Capisco che il calcio porti consenso e denaro, e va bene così. Però, se metti anche solo metà dell’impegno che metti sul calcio per il rugby o per l’atletica leggera, cambia tutto. Il campo scuola ha atteso cinque anni, lo abbiamo già dimenticato. Altri impianti sono ancora da ultimare. Presentiamo come straordinaria la semplice ristrutturazione di strutture che in qualunque città, dopo trent’anni, sarebbe normale rifare».
Per Arancio lo sport strutturato a Catania è andato indietro. «Non entro nel merito di altre iniziative sulle politiche comunitarie, dove l’assessore ha portato risorse e mi complimento. Ma da dirigente sportivo devo dire che per lo sport sono stati fatti passi indietro. Dieci anni dopo siamo una città con meno impianti. L’assessore non c’è più, la delega è in mano al sindaco. Spero che il sindaco, che è anche un appassionato di rugby, acceleri sugli impianti».
«IL PAOLONE DEVE TORNARE CASA DEL RUGBY». E se, domani, il cantiere del Paolone si chiudesse davvero? «Intanto occorre chiarire la gestione» sottolinea il presidente. «Impianti come il Paolone e il PalaZurria sono nelle mani di un consorzio che, a mio avviso, non li gestisce nell’interesse della comunità ma nell’interesse di pochi. Questo impianto nasce come impianto di rugby, costruito da un appassionato di rugby. Deve restare un impianto di rugby, che può e deve ospitare anche altre discipline, come il football americano, con cui abbiamo sempre condiviso spazi e calendari. Questa deve tornare a essere la casa del rugby, la casa della palla ovale, la casa di migliaia di persone che qui sono nate, cresciute, hanno sofferto e che qui hanno anche lasciato la vita. Penso a Ezio Vittorio e non solo».
Arancio guarda avanti, e alza l’asticella. «Questo impianto potrebbe diventare un centro federale sportivo, se ci fosse la volontà di tutti. In tutto il Sud non ci sono centri federali all’aperto, nonostante nell’ultimo PNRR fossero previsti 160 milioni per i centri federali con il vincolo del 40 per cento al Sud. Quel limite, voluto dal governo proprio per ridurre il divario, non è stato rispettato. Non è un problema di chi ha scritto la norma, è un problema di come è stata applicata».
La Sicilia, oggi, ha un solo centro federale. «Paradossalmente è per uno sport indoor, la scherma, grazie alla volontà di Scarso e del presidente Mazzone. In un territorio con 365 giorni di bel tempo l’anno, potremmo ospitare società del Nord Europa che scelgono di svernare qui, portando turismo sportivo attivo, non solo spettatori mordi e fuggi».
Alla fine, si torna alla domanda iniziale, come sta il rugby siciliano? «Non sta benissimo» ammette Arancio senza giri di parole. «Lo dico da presidente. Però c’è una fiamma che arde sotto la cenere e che stiamo cercando di alimentare. Stiamo investendo tutto sui settori giovanili, c’è un fiorire di tornei under in tutta la regione. Su quello dobbiamo concentrarci».











