
Entrata "killer" di nome e di fatto.
Quanti lo hanno pensato domenica al Massimino dopo pochi secondi di gioco quando tale Porro, in una zona del campo assolutamente non "pericolosa", ha deciso in modo deliberato di abbattere (nel vero senso della parola) il numero 10 del Catania Emmanuele Cicerelli.
Un fallaccio, inutile, censurabile, senza senso e senza alcuna logica.
Tralasciamo, ma solo perché dovremmo sfoggiare le migliori doti di retorica per non diventare volgari, la valutazione del pessimo arbitro di turno che ha solo ammonito il giocatore del Latina, non per malafede, ma solo per la mancanza di coraggio ad espellere un calciatore dopo un minuto.
Soffermiamoci, invece, su quello che l’azione di Porro (che qualcuno ha avuto l'ardire di definire “normale azione di gioco”) ha provocato.
“Frattura del malleolo tibiale e una multipla lesione dei legamenti della caviglia destra”.
Questa la diagnosi per Cicerelli che, tradotta, significa almeno 4 o 5 mesi di stop, ovvero campionato, se non finito, di fatto compromesso.
Ma proviamo ad andare oltre, sapendo che quel che diremo, verosimilmente, sarà criticato aspramente.
Chissà in quanti, oltre a questa entrata violenta su gamba e caviglia senza alcuna cura della traiettoria del pallone, avranno esclamato: “Questo fallo è da denuncia!”.
Ecco il punto.
Nel calcio esiste un confine sottile tra il contatto di gioco e il comportamento che può sfociare in responsabilità giuridica.
A volte questo confine si spezza di colpo. Accade quando un fallo avulso dalle normali o fisiologiche dinamiche del gioco provoca un infortunio grave, e allora nasce la domanda, semplice ma delicata, se sia possibile denunciare penalmente o civilmente l’avversario che lo ha causato.
La risposta non è immediata.
Il calcio è uno sport di contatto e questo comporta un’accettazione implicita del rischio, anche se ciò non significa che tutto sia permesso.
Esiste una soglia, ben definita dal diritto, oltre la quale il gesto non è più coperto dall’agonismo.
Una soglia che si lega ad un altro elemento, spesso ignorato, la (per molti sconosciuta) clausola compromissoria che i calciatori sottoscrivono.
Questa clausola vincola le parti a rivolgersi agli organi di giustizia sportiva per le controversie legate all’attività agonistica: una clausola ampia, certo, ma non illimitata.
Non impedisce, infatti, il ricorso alla giustizia ordinaria quando si ritiene che il comportamento abbia oltrepassato l’ambito del gioco e assuma natura illecita che prescinde dallo stesso.
La giurisprudenza parla chiaro. I tribunali hanno più volte ribadito che il contatto fisico accettato nello sport non copre condotte violente gratuite o sproporzionate rispetto all’azione.
Quando l’intervento è volontario (non sappiamo se nella fattispecie che ci occupa sia o meno così) o gravemente imprudente (probabilmente siamo di fronte a ciò) quando non è finalizzato a giocare la palla ma a colpire l’avversario, allora quella condotta può costituire reato.
Lesioni personali colpose nelle ipotesi più ricorrenti, lesioni volontarie nei casi estremi.
Questo porta ad un altro punto. Non tutti i falli violenti sono uguali. Ci sono interventi ruvidi, parte del gioco e valutati dall’arbitro. E ci sono interventi che travalicano la logica sportiva. Ed è in questi secondi che lo sport incontra la legge.
QUALCHE CASO LO DIMOSTRA. Il più noto in Italia è forse quello relativo alla partita Virtus Lanciano - Portogruaro del 2010.
Un contrasto in area procurò al portiere avversario la frattura della tibia e del perone e la vicenda finì davanti l'autorità giudiziaria.
L’attaccante, poi, venne assolto perché il fatto fu ritenuto un gesto negligente ma ancora dentro il perimetro del rischio sportivo, ma la decisione confermò un principio precedente, quello stabilito dalla Cassazione nel caso “Colosimo”, allorquando si affermò il principio che la clausola compromissoria non impedisce l’azione penale se l’atto è estraneo al gioco e configura lesione.
ESISTONO ESEMPI ANCHE FUORI DALL’ITALIA. In Inghilterra, nel 2015, un giocatore dilettante venne condannato a 12 mesi per aver causato volutamente la rottura della gamba a un avversario con un’entrata da dietro.
Il tribunale considerò l’azione una violenza gratuita, dunque un fatto penalmente rilevante.
In Francia, un caso simile portò un calciatore a risarcire un avversario con oltre 10mila euro per un intervento giudicato “totalmente avulso da finalità sportive”.
Ci sono casi in cui la denuncia non ha successo, altri in cui genera conseguenze rilevanti.
Tutto dipende dal gesto e dipende da un principio cardine, semplice ma decisivo: il contatto sportivo è autorizzato solo finché resta dentro la logica del gioco.
Quando la sorpassa, quando si trasforma in aggressione, la "protezione" sportiva si spegne e resta o rientra solo la responsabilità individuale.
Con la stessa certezza con cui scriviamo quanto la legge potrebbe permettere a Cicerelli di denunciare chi lo ha tolto dai campi di gioco per buona parte della stagione, possiamo affermare che alcun Porro verrà denunciato.
Per quanto esecrabile resti la sua condotta sotto il profilo etico-sportivo.
Resta però un amarissimo senso di frustrazione in bocca.
C’è un ragazzo che dovrà saltare gran parte della stagione che resta. C'è una squadra, il Catania, che ha perso il suo giocatore migliore e ci sono altre due squadre, Benevento e Salernitana, che saranno certamente agevolate da questo nella corsa alla Serie B.
In questo senso, permetteteci di avere ancora un dubbio: Porro ha tolto di mezzo il miglior giocatore del Catania per 4 o 5 mesi (la sostanza è questa).
Non ha subito sanzioni e domenica prossima potrà essere regolarmente in campo contro l’Audace Cerignola.
I giocatori, anche questo lo scriviamo con certezza, conoscono perfettamente modi e modalità con cui poter far veramente male ad un avversario.
Non vorremmo, ma l'augurio forte é che non sarà così, che l’impunità concessa a Porro, possa diventare un precedente per poter fare in campo quello che si vuole.
E si, perché un fallo così, può decidere un intero campionato.










