La versione video integrale (riprese e montaggio di Marco Ferrara) dell'intervista a Giuseppe Bosco pubblicata nell'edizione cartacea di SUD PRESS di novembre tutt'ora in distribuzione.
Vincere in qualsiasi sport non è mai facile. Confermarsi e vincere per più di 20 anni consecutivamente è impresa ardua, se non impossibile. A Catania, però, c’è qualcuno che ci riesce e che ogni anno, nonostante il calcio fagociti visibilità e sponsor, riesce a costruire qualcosa di importante. I numeri non possono mentire: 18 titoli (3 scudetti, 6 coppe Italia, 8 Supercoppe italiane e 1 Euro Winners Cup) e 34 finali sono risultati straordinari. Chi conosce lo sport catanese avrà immediatamente capito che parliamo del Catania Beach Soccer del presidente Giuseppe Bosco. Un uomo di sport, un uomo vincente.
Presidente Bosco, siamo a novembre ma il caldo non accenna a diminuire. È tempo di bilanci: come giudica la stagione appena conclusa del Catania Beach Soccer?
«Un’altra stagione trionfale, anche se non abbiamo vinto tutto ciò che ci aspettavamo. L’inizio è stato straordinario, poi abbiamo vissuto un periodo complicato: abbiamo subito un “attacco frontale” da parte di altre società che contestavano la regolarità di alcuni nostri tesserati. Da quel momento abbiamo attivato verifiche interne, sospeso alcuni giocatori e avviato un’indagine che è tuttora in corso, sia in sede federale che alla Procura della Repubblica di Catania».
La sospensione dei calciatori è stata la parte più dolorosa?
«Sì, perché è stata una decisione sofferta ma necessaria. Ci ha probabilmente privato della possibilità di vincere lo Scudetto. Però era doveroso agire con trasparenza e rispetto dei valori sportivi. Quello che mi ha ferito di più è stato vedere tanti ex giocatori, persone con cui ho condiviso tanto, schierarsi contro di noi».
La gratitudine, purtroppo, oggi è merce rara. Nonostante tutto, però, i risultati sportivi restano notevoli.
«Assolutamente sì. Abbiamo vinto la Coppa dei Campioni e la Supercoppa di Lega, raggiunto la semifinale di Coppa Italia e la finale Scudetto. Abbiamo giocato tre finali in un anno, e questo dice tanto sulla nostra continuità. E poi avevamo in rosa sei ragazzi di Catania: un segno di quanto crediamo nel territorio».
Le lancio una provocazione, si è sentito un po’ abbandonato dalla città dopo il secondo posto in campionato?
«No, mai. La città di Catania ci vuole bene. Ovunque vada ricevo affetto, stima e riconoscenza. Forse sì, qualcuno ha dato per scontata la vittoria, ma nello sport si vince e si perde. L’importante è accettare entrambe le cose con la stessa dignità. Il Catania Beach Soccer ha giocato oltre trenta finali in questi anni: non è poco».
Numeri straordinari; Qual è, allora, il segreto di questa longevità vincente?
«Non ci sono segreti: lavorare, lavorare, lavorare. Circondarsi di dirigenti capaci, di fornitori appassionati della squadra e della città e di giocatori che sposano pianamente il progetto. E’ necessario creare le condizioni ideali perché possano esprimere il massimo. La vittoria nasce dietro le quinte, prima ancora che sul campo».
Quindi conferma che i campionati si vincono anche (e forse soprattutto) dietro la scrivania?
«Esatto. La dirigenza è fondamentale. Durante la stagione ci sono momenti decisivi che servono a compattare il gruppo e a trasformarlo in una squadra vincente. È lì che si fa la differenza».
Siamo ancora a novembre, ma conoscendola immagino stia già lavorando alla prossima stagione del beach…
«Ovviamente sì! Stiamo programmando la stagione 2026, con l’obiettivo di organizzare una tappa internazionale a Catania. Siamo in contatto con la Regione e vogliamo costruire le basi per un anno di grandissimo livello».
E, poi, c’è sempre il sogno di un’arena permanente del beach soccer a Catania?
«Ci penso sempre, ma non dipende da me. Dipende dal Comune e dalla politica. Abbiamo dimostrato che lo sport porta benefici enormi: basti pensare alla World Winners Cup, con quasi mille atleti in città e un indotto economico vicino al milione di euro. Lo sport è un volano turistico ed economico potentissimo».
Rimanendo in tema di sogni, uno che non ha mai nascosto di avere è quello di diventare un giorno presidente del Catania Calcio. Ci pensa ancora?
«In passato sì, perché vedevo una situazione complicata. Oggi no: la società sta andando nella giusta direzione. Pelligra e il suo gruppo hanno rafforzato la struttura, la squadra e i progetti. Vedo un Catania in crescita e questo mi basta da tifoso».
Però è vero che quando il Catania del calcio a 11 va bene, gli altri sport “soffrono” un po’?
«È inevitabile. Quando il Catania gioca davanti a 20 mila persone, sponsor e visibilità si spostano verso il calcio. Ma è il mercato, non ci si può lamentare. Noi continuiamo a fare il nostro, con serietà e passione».
Da uomo di sport, che idea si è fatto della vicenda di Torre del Grifo?
«Torre del Grifo è un impianto straordinario, uno dei più grandi d’Europa. Vederlo all’asta a pochi milioni di euro è stato sorprendente. Ho pensato anch’io, come altri imprenditori, di avvicinarmi, ma quando ho visto che la famiglia Pelligra aveva deciso di acquisirlo e rilanciarlo, ho capito che era giusto così. Torre del Grifo deve essere la casa del Catania».
Ultima domanda, ma la risposta deve essere sincera: con meno di 50 mila euro si può acquistare il vecchio nome e logo del Calcio Catania. Ci sta facendo un pensierino?
«No, assolutamente. Non ce n’è bisogno. Il Catania oggi ha una guida seria e competente. Stanno facendo bene, e io tifo perché arrivi presto quel salto di categoria che tutta la città merita».











