
Riproponiamo l'intervista a Pietro Lo Monaco pubblicata nell'edizione cartacea di SUD PRESS uscita lo scorso 8 settembre e tutt'ora in distribuzione
Nei primi giorni di agosto ha tenuto tutti con il fiato sospeso, dopo un gravissimo incidente stradale a Palermo. Pietro Lo Monaco, però, da buon campano ormai trapiantato in Sicilia è uno che non molla mai, un po’ come si diceva un tempo del suo Catania. Nonostante la convalescenza e il recupero assai difficile, siamo riusciti a parlare con lui.
Direttore, innanzitutto: come sta?
«Ho dieci costole fratturate, lo sterno rotto, una vertebra fratturata, il piatto orbitale dell’occhio sinistro lesionato, bastava poco perché finisse molto peggio. Ma non era il momento evidentemente. L’importante è che siamo qui a parlarne».
Conoscendola sappiamo quanto, per assurdo, le pesa di più il riposo forzato rispetto ai dolori. Come trascorre il tempo in questo periodo?
«Dovrei restare a letto per altre tre settimane. In realtà mi alzo, cammino, mi siedo… cerco di stare sdraiato solo la notte. Sono dinamiche lunghe da smaltire, ma la cosa buona è che posso raccontarlo. Intanto continuo a lavorare: parlo con i collaboratori, decido acquisizioni di giocatori, mi tengo attivo. Parlo di calcio».
Giusto, parliamo di calcio e facciamo un passo indietro. Esattamente vent’anni fa cominciava la stagione che riportò il Catania in Serie A. Con meno intoppi, quel Catania poteva diventare l’Atalanta di oggi?
«Assolutamente sì. Nei fatti: in otto anni di Serie A, ogni stagione è stata migliorativa. Ricordo bene quando andai via. Era il 21 maggio 2012, ultima gara in casa contro l’Atalanta: lasciammo un Catania con il miglior piazzamento di sempre, senza debiti, con 7,5 milioni di liquidità, un patrimonio giocatori stimato intorno ai 200 milioni e Torre del Grifo che valeva 100 milioni. Poi, come sempre, le cose hanno un inizio e una fine, ma era una società con un’autostrada davanti. Mi dispiace per ciò che è accaduto dopo».
Quando tornò, qualche anno dopo, trovò un’altra realtà…
«Trovai una società tecnicamente fallita. Nonostante questo possiamo dire che quei due anni e mezzo sono stati ancora più virtuosi degli anni della Serie A. Peraltro raggiungemmo anche la Serie B, poi strappataci solo per una decisione politica. Ma anche sul campo: a poche giornate dalla fine, con due gare in casa, bastava vincerle per arrivare prima del Lecce. Sarebbe certamente cambiata la storia del calcio catanese degli ultimi anni».
Ha citato prima Torre del Grifo e sappiamo quanto sia legato al Centro Sportivo di Mascalucia, il Catania di Pelligra dovrebbe acquisirlo a breve: cosa significa per lei rivederlo rinascere?
«Torre del Grifo era l’Ibrahimovic del Catania. Era il cuore del club, ma anche la casa dei tifosi: il polifunzionale vantava 5.000 iscritti, un fatturato annuo di 5 milioni, era autosufficiente. Sapere che può rinascere è come vedere un figlio uscire dal coma. Mi auguro che venga acquisito prima possibile e che venga acquisito con grande convinzione. Senza una casa non puoi avere progettualità né settore giovanile. Ricordo di aver dipinto tutti gli spogliatoi di rossazzurro: chi vestiva la maglia del Catania doveva far capire agli avversari che avrebbe giocato contro una città intera».
Una questione di identità?
«Senso di appartenenza. Ricordo anche che scelsi ‘Catania figghiozza d’o patri eternu’ come inno».
Ma lo sa che adesso è stata cambiata con Franco Battiato?
«Sono scelte. Io la facevo ascoltare prima del riscaldamento, prima di entrare in campo e anche nell’intervallo».
A questo punto non posso non chiederlo: che idea si è fatto del Catania 2025/26?
«È una squadra estremamente competitiva: organico equilibrato, giocatori di spessore per la categoria. Mancava solo un attaccante abituato a segnare, che è stato preso, ma sono convinto che questo sia l’anno del Catania».
Chi saranno le rivali principali?
«Sicuramente il Benevento. La Salernitana no, vive una situazione societaria complicata e questo può riflettere sull’andamento della squadra. Vedo il Catania come possibile protagonista assoluto: servirà continuità».
Dopo diversi errori, quindi, Vincenzo Grella si è affidato alle persone giuste?
«Io parlo di squadra, non di dinamiche societarie. Se Grella ha deciso di affidarsi a questi professionisti, significa che ne ha riconosciuto la qualità. L’organico era già di spessore, ma bisogna anche sfoltire: troppi contratti in Serie C diventano onerosi».
Rimanendo in tema di Serie C, è arrivato il Fvs (Football Video Support), che personalmente definisco la “Var dei poveri”. Che impressione le ha fatto?
«Una buffonata. Già la categoria ha tanti problemi, così si aggiungono solo complicazioni. O si fa integralmente e con serietà o non ha senso. Così è solo fonte di caos, sembra un quiz tipo lascia o raddoppia dove ci si gioca il jolly. Ma anche le dichiarazioni degli arbitri in Serie A, mi sembrano tutte cose che non hanno niente a che vedere con una riforma seria».
Chiudiamo con la Serie D, dato che sta collaborando anche con l’Enna. Che tipo di lavoro sta svolgendo lì?
«Ho una società di consulenza che segue 5-6 club. Ad Enna curiamo l’indirizzo programmatico. È una società che deve fotografare la realtà della Serie D: squadra giovane, organico interessante, con alcuni che potrebbero già giocare tra i professionisti. In Italia si parla tanto di giovani, ma poi non li si fa giocare».
Cosa che invece, Pietro Lo Monaco, ha sempre fatto.
«Il Catania dei miei anni non era solo “la squadra degli argentini”: era anche il Catania dei giovani che arrivavano dal settore giovanile: abbiamo fatto esordire in Serie A Nicastro, Calapai, Sciacca e anche altri della nostra cantera. Ma anche ragazzi come Biagianti e Caserta, che abbiamo preso dalle categorie inferiori».
In conclusione, cosa resta e quale era il segreto del Catania di Pietro Lo Monaco?
«Resta il ricordo di una società indirizzata, con regole chiare e senso di appartenenza. Tutti si dovevano adeguare: i giocatori facevano i giocatori e la società sovrintendeva a tutto. Quello era il segreto».










